Le Torri d'avvistamento della Costa Garganica

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Quante volte, percorrendo la strade che costeggiando l'intero promontorio del Gargano, la SS 693, la SS 89 e poi le provinciali SP 52 e SP53, quelle per intenderci che vanno dall'agro di Lesina, costeggiando il lago omonimo, passando da Rodi, Peschici e Vieste, fino ad arrivare al golfo di Manfredonia, vi sarete chiesti delle origini di quelle meravigliose e suggestive torri che si affacciano come sentinelle sul mare Adriatico? Tante, tutte le volte che ci passo e ogni volta, spulciando qua e là, trovo sempre nuovi dettagli che arricchiscono descrizioni, fantasie e storie mai raccontate.       

Storie di una terra che doveva proteggersi in qualche modo, dai temibili e potenti avversari del passato - SARACENI e BRIGANTI - e dalle incursioni che recavano danni e miserie agli abitanti del posto.

Entrando più nel dettaglio, scopro che queste torri vengono erette a partire dal 1537 quando si decide di iniziare a costruire  questa catena di torri in tutto il basso adriatico, che dovevano servire per disporre di una rete di segnalazione  per le città esposte ai saccheggi di Pirati e Saraceni, e poter quindi,  tempestivamente avvisare le città più vicine dell'avvicinarsi del pericolo.

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Torre Monte Pucci, a pochi km da Peschici sulla baia di Calenella

Ogni torre doveva essere in vista di altre due e l'allarme era dato con grandi fuochi o suonar di corni e campane. Di regola non servivano da rifugio e vi vivevano poche persone. In Capitanata, nel 1748, se ne contavano 25 e la massima parte è stata costruita tra il 1568 e il 1569, quando l'alto funzionario della corte di Napoli, Alfonso Salazar visitò la regione e appaltò la costruzione di 21 torri a Giovanni della Monica. Si spiega per questo l'omogeneità delle torri del Gargano: sono quasi tutte quadrangolari a tronco di piramide e la lieve scarpatura (inclinazione) dei muri si conclude in un coronamento che presenta 4 o cinque caditoie per ogni lato.

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Torre Porticello nei pressi di Vieste

Erano costruite in modo uniforme e presentavano delle particolarità come per esempio la raccolta delle acque piovane, oppure delle botole che si aprivano in successione, che davano ai difensori la possibilità di rovesciare sugli assalitori, qualsiasi tipo  di oggetto o proiettile. Avevano un solo vano e una sola porta e l'accesso era consentito attraverso una scala volante con piccolo ponte levatoio collocati sulla parete opposta a quella vista mare.

Le Università, ovvero le città dell'epoca, dovevano farsi carico

del pagamento del salario dei militi e dei cavallari che

custodivano e presidiavano le Torri stesse.

Gli avvistamenti venivano segnalati attraverso il fumo (di giorno) oppure con dei fuochi (di notte). Il numero delle fiaccole comunicava il numero delle imbarcazioni che si avvicinava alla costa. Di questi inestimabili tesori della nostra terra, che conservano i ricordi di un passato incredibilmente tumultuoso, rimane l'energia che sprigionano, unitamente alla natura che li circonda: il mare, la roccia, le pinete e i gabbiani.

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Torre Mileto o Torre del Principe. Tra le più antiche presenti sul gargano e anche la più vicina alle Isole Tremiti

Gli eventi più importanti

Vieste - Il Sacco dei Turchi del 1554

Quando si parla del sacco dei Turchi a Vieste, si deve necessariamente partire dal simbolo di quell'evento, ovvero la Chianca amara. Su questa pietra, ancora oggi visibile nel centro di Vieste, Dragut Rais, il terribile pirata Saraceno che mise a ferro e a fuoco la cittadina garganica, uccise, decapitandoli, donne, bambini e anziani non diversamente utili.
Dragut Rais era una figura controversa nella storia di quegli anni, anche perché fu al servizio del cattolico re di Francia Francesco I, acerrimo nemico di Carlo V.


Negli anni che lo hanno visto comandante in capo della flotta ottomana attaccò, razziando e depredando praticamente tutte le coste italiane da nord a sud, incluso il Gargano e in particolare Vieste.
Infatti nel luglio del 1554 assediò per una settimana circa la città di Vieste, incendiandola e assassinando circa 5.000 persone sulla roccia ai piedi della Cattedrale e deportando giovani e donne da destinare al mercato degli schiavi. Un po' quello che accadde a Otranto dove ci fu l'eccidio degli otrantini , e dove la storia ci ha lasciato, 70 anni prima, i famosi 813 martiri della terra salentina. 

 


 

 

 

 

 

Vieste cadde dopo circa una settimana di assedio, soltanto a causa di un traditore, Nerbis, fratello del camerlengo, ovvero colui che teneva le chiavi della città, e per ingenuità o per furbizia si recò da Dragut in cerca di un compromesso.

Il traditore chiese al corsaro infatti di garantire ai cittadini viestani di uscire dalla città con l'oro e l'argento in loro possesso; in cambio lui avrebbe aperto le porte della città. Ma non appena le porte si aprirono Dragut e i suoi uomini assalirono la città. Gli abitanti cercarono di difendersi spinti dalla disperazione, finché i pirati non ebbero la meglio: il numero di corsari era nettamente superiore a quelli degli abitanti. Dragut dopo aver saccheggiato, violentato donne e catturato uomini per venderli come schiavi, ordinò di uccidere vecchi, bambini e donne che non potevano essere venduti. Questi vennero quindi portati sulla Chianca e decapitati senza pietà. Prima di ripartire con ostaggi e bottino, Dragut fece anche impalare Nerbis.
 

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Dragut rais detto dai Turchi "Spada vendicatrice dell'Islam"

Manfredonia - Il Sacco dei Turchi del 1620

Uno dei sacchi di maggior rilievo che la terra garganica si ritrovò a sopportare avvenne il 16 agosto 1620. I temibili aggressori, forti di 56 galee comandate da Shalil Pascià, sbarcarono presso Manfredonia in località "Chianca masitto".

Trovando impreparati i difensori riuscirono in poco tempo a conquistare le mura ed i bastioni, da questi aprirono il fuoco contro il Castello. Le suore dei conventi con gli altri cittadini si rifugiarono nel Castello e dopo aver resistito tre giorni, sfiniti dalla fame e senza alcuna speranza di soccorso, capitolarono il 18 agosto 1620. Durante l'assalto furono uccisi cinquecento manfredoniani e settecento ottomani. La città fu selvaggiamente saccheggiata e distrutta, non rimase poco della città medievale. Fu distrutta l'antica Cattedrale Gotica a tre navate e gli archivi più importanti furono danneggiati dalle fiamme.

Il bottino dei turchi fu di 36 cannoni di bronzo, tutte le campane delle chiese, una statua d'argento di san Lorenzo Maiorano, oro, argento, vestiti, libri, grano, cereali ecc. Furono distrutti molti documenti importanti, fu bruciato il corpo di san Lorenzo Maiorano (rimase solo il braccio destro). La chiesa di San Marco, nei pressi della antica Cattedrale, rimase leggermente lesionata e quindi sostituì la chiesa madre fino alla costruzione del nuovo Duomo, nel 1640. Furono fatti diversi prigionieri, tra cui anche la giovane Giacometta Beccarini, una fanciulla aristocratica di notevole bellezza. I turchi ne rimasero affascinati tanto da portarla in dono al  sultano. Fu catturata perché dimenticata nel dormitorio dalle suore in fuga. I turchi colpiti dalla sua grazia la portarono in Turchia come dono al Sultano.  Divenne sua moglie con cui ebbe l'erede al trono (che morì in età giovane). La Beccarino visse da prigioniera ed inviò alle suore clarisse di Manfredonia, dove anni prima risiedeva, una lettera per avere notizie sui suoi genitori (morti durante il sacco) e due ritratti: il suo e quello della balia. Fu liberata dai Cavalieri di Malta parecchi anni dopo insieme al figlio OSMAN, durante una battaglia navale riabbracciando la fede cristiana. Il figlio diventò un frate domenicano con il nome di fra Domenico Ottomano di San Tommaso.

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Come si presentava Manfredonia nel 1700 vista da Siponto.

Il sacco dei turchi danneggiò particolarmente la città, distruggendo edifici e beni importanti. L'Arcivescovo sipontino Annibale sceso dai monti del Gargano - dove si era rifugiato - e osservò che la valanga turca non aveva lasciato altro che rovine, desolazione, lutti e miserie. Questi, aiutato dal cardinale, viceré Borgia ottenne franchigie per trent'anni per i dispersi manfredoniani.

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